
Amicus amicum dono donavi.
E’ del poeta il fin la maraviglia: chi non sa far stupir vada alla striglia.
Così Giambattista Marino (1569-1625), con il suo manifesto letterario della poesia barocca, amava stigmatizzare il senso e il significato dell’arte poetica, facendola passare per una attività del suo produttore, il poeta appunto: l’arte di colpire i sensi, di confonderli e riassumerli in una esperienza a confine con la divina realtà del tutto-onnicomprendente, cioé lo stupore. Stupire, meravigliare pareva essere l’imperativo categorico di questa poesia, e a meravigliare i lettori non era certo il contenuto, spesso frivolo e banale delle narrazioni, ma la forma, ricca di numerossime metafore, immagini ingegnose ed ardite, di musicalità e sensualità, indifferente alle regole e alla tradizione. Marino e i suoi eredi crearono, dunque, una specie di preziosa galleria che il lettore potesse percorrere affascinato dal raffinato virtuosismo stilistico come dalla ricerca della espressione più ingegnosa e lambiccata. Ma c’è stato un periodo della storia della nostra letteratura in cui si è molto, o forse troppo, indugiato nel sostenere che la poesia del periodo barocco fosse solo una mera formalità vuota di contenuti profondi, una serie di vacuità proposte con scorcertante protervia; come non si è mancato di attribuire ai poeti barocchi una ostinata volontà di far rientrare tutto nei limiti della volontà estetizzante fine a se stessa, sicché chi avesse voluto fare il poeta, sperando anche in un buon successo, non avrebbe potuto non rispondere a canoni determinati per potersi dire tale. E di questa prospettiva molti sono stati convinti assertori, per la loro formazione oltre che per il tempo in cui vissero.
Eppure, ammettendo tutto questo, non si può non ricordare che lo stupore, che la meraviglia sono l’inizio della filosofia, della ricerca, dell’indagine promossa da una volontà che si autodetermina a tanto e che decide di tornare sull’esistente con lo sguardo di chi cerca di andare oltre, per trovare le domande che possano dare risposte soddisfacenti ai perché dell’esistenza.
Una sensibilità di questo tipo è quella che anima il Marino, autore di queste pagine che contengono la raccolta: L’eternità e due pugni di sabbia; una sensibilità ben nota a chi scrive, per l’antica frequentazione degli anni del liceo. Ritengo, senza tema di smentita alcuna, di poter affermare, all’inizio di questo mio contributo, che tale sensibilità attinga ad alcuni elementi essenziali che brevemente tenterò di proporre alla riflessione di quanti si accosteranno a questo scritto partendo da questi miei semplici pensieri, quasi una sorta di cotillon per introdursi alla lettura delle pagine che seguono.
Non posso non evidenziare, anzitutto, una determinata volontà di esprimere se stesso. Probabilmente, a tutta prima, non si nota nello scorrere i testi una decisa linea in tal senso, ma a chi certe espressioni non risultano solo uno sterile segno lasciato sul foglio e parlano, col ricordare, di gesti e di modi di pensare e di agire, allora per costui saltano in evidenza concreta tutti quei luoghi in cui l’autore non sta semplicisticamente raccontando il soggettivo, ma sta rendendo ad extra l’esperienza soggettiva mettendola in connessione necessaria con la realtà. Una poesia che fosse solamente uno sfogo dell’interiorità e che prescindesse dall’oggettività-esteriorità-realtà delle cose e delle persone sarebbe condannata a essere considerata un misero tentativo di estrinsecazione rimasto sospeso tra i mondi interno ed esterno, quasi un intermundia di epicurea memoria, in cui non è altra soluzione che quella di chiudersi egoisticamente, abbandonandosi alla deriva e al naufragio dei sentimenti e, forse, anche della ragione.
Giuseppe Marino rifugge da questa tentazione e lo fa affermando se stesso e la propria esperienza umana la quale, seppur giovane e fresca per molti versi, raccoglie di già una sapienza del tutto personale, segnata profondamente dai cambiamenti che si succedono inesorabilmente nella vita di ciascuno. Ed è su tale sapienza, frutto sia degli anni di studi umanistici e teologici, sia delle esperienze personali maturate nei vari ambienti di vita e di lavoro, che si basa e si fonda la possibilità si estrinsecare se stesso coniugandosi con la realtà restante, ondivago nuovo Ulisse, sospeso in un limbo che, chiuso agli altri, può apparire tutt’al più un rifugio dorato, nell’attesa che sia passata la tempesta:
E’ il Non-Senso che punge
più delle spine sul capo [...].
Estrinsecare se stesso non come forma di sguaiata autoaffermazione, ma quale strumento per sciogliere le pieghe dell’esistenza, ricavandone anzitutto una eredità di profondo rasserenamento interiore, frutto della prospettiva di sincerità-trasparenza, pare essere il suggerimento dell’autore, che si presenta senza veli a quanti si propongono la lettura dei testi e delle riflessioni; un mito rinnovato di una Maya del nostro tempo, a parlare di sé e della realtà che fascia l’inesausto scorrere dei volti, delle storie, delle anime, delle vite…
Un forte senso dell’alterità e dell’altruità è un secondo aspetto che mi piace mettere in luce e offrire ad una doverosa considerazione. Non si può dire sbrigativamente che tale sensibilità sia elemento tipico di ogni composizione poetica contemporanea. Certo. Alla prospettiva personalista, tutta aperta e protesa alla considerazione dell’alterità, fa eco una prospettiva personalistica, che varia dal suo modularsi dall’ostinata chiusura nel proprio mondo ad una minima, vaga, indefinita considerazionje di quello che esiste attorno all’uomo. Tanta tensione di andare verso l’alterità si manifesta, negli scritti in questione, soprattutto nei termini di un sacrale rispetto dell’amicizia, da quella positiva e forte amicizia, che supera barriere e dimensioni spazio-temporali, a quella che lascia l’amaro senso di delusione, allorquando si rivela essere stata semplicemente un dolce passatempo, riempitivo illusorio di giornate segnate dal non senso del rapporto umano ferito:
Forse lontano un sorriso
in quest’ora in cui l’anima geme.
Inutile voler cercare ancora e oltre: il segreto sta tutto lì. Sta in quella amarezza che, credo, non abbia confini. L’amico, l’amante e l’amore traditi non cercano moneta di compensazione e neppure balsami di effimere consolazioni. Desiderano soltanto vederci chiaro, scandagliando fin nel profondo più recondito quello che si pensava di possedere in luce adamantina. E se sorge la tentazione della vendetta, allora vi è ogni certezza: non c’era amore. E basta.
Un bacio non dato
è amore che muore.
Ancora, il riferimento alla propria esistenza, come fatto unico e paradigmatico. Unico. Perché non solo la fede, ma la stessa umana esperienza ci insegnano che l’irripetibilità dell’esistenza e dell’essere non è il frutto di un casuale accostarsi di combinazioni cromosomiche. Mi perdoni lo statistico se, da profano, credo di poter affermare che tra le infinite combinazioni potrebbe pur darsi una ripetizione, per pura combinazione, appunto. Per l’uomo, però, no. Paradigmatico. Non con il piglio imbronciato dell’Autore biblico che riafferma il suo pesante monito nihil sub sole novum, ma con la certezza che l’appartenenza ad un’unica stirpe umana non può non tradurre una pesante quanto non meno specifica, propria ed irrinuncviabile eredità, anch’essa umanamente connotata. Ci consola la certezza che il trasporto di tanti sgraditi fardelli si può anche fare in compagnia e, quando la compagnia è quella che ci riempie i giorni di senso, allora c’è ancor di più che un sollievo da Cireneo, semplice passante:
Vicino,
un respiro amico;
e ancora:
Sei stanco, amico che vai.
Il fardello che trascini ti soffoca il cuore.
Eppure rimane il sapore di una vita che si fa modello per altre e che da altre può trarre insegnamento, tanto nel bene quanto nel male, col coinvolgimento pieno della libera volntà; oppure la dispersione e il nulla. Il motivo della dicatio non permette che si possa attendere o indugiare nel comprendere quale sia la volontà di chi scrive:
A quelli che
alla Vita
chiedono qualcosa.
Il continuo ritorno di tematiche religiose è, e non poteva essere altrimenti, una sorta di risonanza, di eco inestinguibile. Ma se è vero che non manca in alcuna espressione dell’uomo la spia che ne rivela la sua pietà, dichiarandolo apertamente un pius, un animal religiosum, quì si tratta di ben altro e di più. L’esperienza umana informata dalla esperienza religiosa, attinta dalla bocca di quanti si fanno, sin dai primi giorni di vita, accompagnatori del cammino integrale di crescita della persona (anche e sopratutto dal punto di vista della sua esperienza di incontro contatto con l’Alterità per antonomasia, il Divino, cioé), si connota per essere stata perfettamente definita dagli studi condotti dal Marino presso Atenei Pontifici, coronati con il conseguimento di titoli ecclesiastici di pregio.
Non si tratta, pertanto, della espressione religiosa di base, quella, direi, tipicamente fanciullesca, che, il più delle volte, rimane ai limiti della serietà, facendosi semplice stupore e domanda di senso indistinta, che è propria dell’uomo e non del fedele in specie; ma ancor più, andando nel profondo, si colloca a livello di fede che è stata guidata dal lume della teologia e delle scienze sacre, che nulla hanno di fiabesco, ma che, certamente, sono in intesa perfetta con la razionalità umana. Solo che la superano, perché la invitano ad andare oltre l’ovvietà delle soluzioni caserecce. Sicché ci si imbatte in versi che contengono esperienze di fede chiara e definita e non semplici manifestazioni religiose:
Quale vuoto incolmabile
dentro di noi
Tu, o Dio, non riempi,
per la tua Provvidenza!
Una vena di malinconia aleggia sulle composizioni che pure non mancano di pagine di particolare nitore. Sono soprattutto i testi che si appartengono al periodo degli studi umanistici, anni durante i quali le approfondite riflessioni filosofiche e antropologiche, la mediazione dei riferimenti classici, soprattutto le sanguigne e drammatiche azioni delle tragedie greche, le descrizioni della letteratura romantica e quant’altro hanno generato, accanto a molte risposte, un senso di incompiuto e nello stesso tempo di incapacità alla ricerca. Lo stare dinnanzi ai grandi dilemmi dell’esistenza dell’uomo e dell’universo, nell’atteggiamento di chi si interroga su di essi con la prospettiva di poter dire poi una parola in più, che possa sollevare dall’abbatimento gli altri uomini brancolanti alla ricerca di una stessa opportunità, rischia di essere immancabilmente delusa:
Come questa rena
che mi cade
dalle mani.
Ma ferisce ancor di più la constatazione che, molto spesso, tali interrogativi rimangano irrisolti e l’interrogante si ritrova ad essere l’interrogato di sempre, a cui mancano i mezzi per far sua una realtà che lo supera e sovrasta incommensurabilmente:
[...] ore nel tempo,
finito nell’infinito,
in noi voglia d’eternità.
E, proprio in continuità con quanto sopra descritto, mi preme sollecitare anche ad una acuta attenzione alla presenza di elementi stilistici, fonetici, contenutistici che ritornano chiaramente ai classici. Non poche sono le occasioni in cui ci si imbatte in una formulazione che, nella sua accecante contemporaneità, riporta la mente a suggestioni di già sperimentate, specialmente quando a noi, giovani liceali, venivano inculcate con ogni generosità dai nostri maestri le particolarissime esperienze degli antichi scrittori, siano essi greci, latini ed italiani, oltre che, in minima parte, stranieri. Seppure il verso libero, spesso troncato spezzato e irrisolto come l’esperienza dell’uomo di oggi, non paia a tutta prima per nulla legarsi a forme ormai desuete e definitivamente cassate dalla lavagna dell’inventiva, eco riaffiorare prepotentemente il sentore del già sentito, il chiarore che rimanda ad un giorno che è stato, la fragranza che riporta alla beatitudine olfattiva di un tempo. Sostantivi, aggettivi, allocuzioni, simbologie, interrogative dirette e indirette, parafrasi, accenti, figure retoriche diffuse sono tutti stilemi attinti da un bagaglio culturale che si radica nella classicità più vera della nostra cultura occidentale e che, passando per l’età medievale e la solarità umanistica, si risolve nella ricchezza che la storia ci ha tramandato quale tesoro inestimabile dell’opera dell’uomo.
Ma sono gli elementi naturalistici che, forse più di altri, tornano ad animare i versi di Giuseppe Marino. Sole, luna e stelle, acqua e fuoco, flutti ed onde, pietre, rocce e sabbia, fiori e frutta, melograni e oleandri e rose di mediterranea bellezza, piante e alberi, vento e sereno, brina e pioggia, perle ed ambra, giorno e notte, gusci e bozzoli, api e portulache e colombe tempestano con la loro presenza i versi che si susseguono invitando ad una scorribanda del cuore che, libero da video, tastiere, cellulari, automobili, torna ad immergersi nella realtà a cui l’uomo de iure appartiene: la natura.
Soprattutto la terra, nella duplice veste di elemento e di luogo d’origine. La terra è elemento d’origine, caratteristico D.N.A. che davvero tutti accomuna, aldilà di diversità razziali, culturali, economiche. La terra quale elemento primigenio che viene modellato dalle mani di Dio per farne il soggetto-oggetto prediletto dell’intera creazione: l’uomo. Ma anche parte integrante di noi stessi non più e non solo come membri della famiglia umana, ma come membri di una famiglia umana che vive quì ed ora, che opera e si realizza in un determinato contesto, profondamente segnato dalla storia e dall’economia, come dalla religione e dall’arte, e da tutto ciò che l’uomo ha saputo produrre. Di tutto ciò l’uomo Marino si nutre, attingendo alla promessa che campeggia nel motto del cartiglio dello stemma municipale della nativa cittadina di Lizzano: Fracta et ligata refloret! E’ una promessa che lascia un’attesa carica di speranza, che l’Autore fa sua e ripropone senza temere di apparire eccentrico o demodé:
Uomo, frantumato e rilegato, rifiorirai.
Da dove tanta certezza? Forse, e senza forse, dalla forza che deriva a chi crede di non essere solo, un numero nato dal vuoto, ma un anello che insieme ad altri anelli contribuisce a creare l’indistruttibile solidarietà tra uomini, nel tempo e nello spazio, incurante della sentenza apodittica dell’homo homini lupus.
Se, dunque, dicessi: -concludo-, sarei un mentecatto; è proprio quì il vero inizio.
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