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L’Eternità e due pugni di sabbia. Poesie

giovedì, 7 gennaio 2010
Giuseppe Marino, LEternità e due pugni di sabbia, Tip. Aquaro, Martina Franca (TA) 2004

Giuseppe Marino, L'Eternità e due pugni di sabbia, Tip. Aquaro, Martina Franca (TA) 2004

 

 

A quelli che

alla Vita

chiedono qualcosa

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal tempo trasportati all’eternità!

Ma c’è, tra tempo e eternità, diversità?

 

Uomo, se proietti il tuo spitito oltre spazio e tempo

In ogni istante puoi essere nell’eternità.

 

Eternità son io stesso, quando abbandono il tempo

E me in Dio e Dio in me raccolgo.

Angelus Silesius

 

L\’Eternità e due pugni di sabbia

Galilea

Fiore di vitalba

Onda marina

Segreti

Divinità

Luna di tarda sera

Specchi

(Dis)illusione

Solennità

Origine

Lontano un sorriso

Offerta

Pinnacoli

Come quando fuori piove

Presenza

Come per l\’Eternità

Sognatori dell\’Aurora

(In)delicato

Stupore

Le danze della fiamma

Pietre di ambra

Miraggi

Bagliori

Il Silenzio

La danza

Pensando a te

Il tempo dell\’attrazione dell\’amore

Ritorno all\’Origine

La fiamma dell\’anima

Amore

Le portulache

Oracolo del Signore Dio

Per i tuoi occhi

Zenith

Testimone di Luce

 

Rompi i sigilli

Di tutte le croci del mondo.

 

L’anima, dolce dimora dell’Eternità!

 

Nella Voce tutte le voci.

 

Tutto è (in)compiuto

Eppure aperto a terre di Speranza

 

Un sogno, FORSE, può morire

La Speranza si libra in cieli più limpidi

e intesse ricami di ambra

e di lino prezioso

 

Uomo, tutto ti ama! Tutto ti si fa attorno:

Tutto ricorre a te per arrivare a Dio.

Angelus Silesius

 

Tutto ha relazione al tuo cuore che batte. Ancora il tempo e la durata martellano e creano, e con colpi grandi e dolorosi spingono avanti il mondo e il suo divenire. E’ l’impazienza dell’orologio, e impaziente è il tuo cuore finché noi non riposiamo in te, e tempo ed eternità sprofondano l’uno nell’altra. Ma: state calmi, io ho vinto il mondo. Il tormento del peccato è già affondato nella calma dell’amore. Più oscuro è diventato per questo, più fiammeggiante e ardente, causa l’esperienza di ciò che è il mondo. Ma l’abisso più futile della rivolta è inghiottito dall’insondabile, misericordia, e coi suoi colpi maestosi regna tranquillo il cuore divino.

Hans Urs von Balthasar

L’Eternità e due pugni di sabbia

martedì, 5 gennaio 2010

1

Preme su noi la fonda notte

gioiello radioso, o venerea bellezza.

S’incontrano i visi tra i silenzi,

-eloquenze di una luna lontana-

del profondo Nulla vere esistenze.

L’aromatico odore della resina

emanano i pini intorno a noi

mendicanti di eterne gioie:

sui virili rami dormono i bachi,

certi della schiusa al mattino;

nella quiete

solo qualche ago s’agita

e cade;

poi tace.

E’ notte.

2

*

Quale vuoto incolmabile

dentro di noi

Tu, o Dio, non riempi

per la tua Provvidenza!

Quale mistero profondo e indecifrabile

dentro di noi

Tu, o Dio, non rendi chiaro

come chiara è la luce del sole!

Quale sofferenza incalcolabile

dentro di noi

Tu, o Dio, non cambi

in gioia perfetta!

Quale triste volto

non ha conosciuto, o Dio,

il dono d’un sorriso

che apre le porte alla vita!

Quanto di umano

Tu, o Dio,

non hai trasformato

in realtà originaria, divina!

Poco meno degli angeli siamo creati.

**

Tu, corona d’ogni umano agire,

Sole che penetri ogni pensiero,

freccia d’amore che colpisci i cuori,

di fervore infiammi l’anima

di chi cerca e loda

ancor prima d’averti trovato.

Quanti doni fra queste mani ricevuti

e da queste mani spazzati via

cpme foglie al vento.

Come il Nulla.

Orbita intorno a noi il Nulla,

paura ossessionante che divora;

scompare la bellezza dell’opera creata

come brina sotto i raggi cocenti del sole.

***

Sole che tutto abbracci,

Sole che tutto illumini,

Sole che tutto fai vivere,

lontano da noi non splendere

in noi vivi come Anima nel corpo,

frutto squisito nel guscio,

bambino nel grembo di sua madre,

ore nel tempo,

finito nell’infinito,

in noi voglia d’eternità.

****

Eternità, cosa mai Tu sei

che prendi fra le mani questa vita mia?

O chi sei Tu

che abbracci il desiderio di te in noi?

Racchiudi, tu, il mistero dell’uomo:

Uomo che cammini nel tempo:

è la tua vita l’Eternità.

Perchè mai in te è avvolta la vita mia?

Ti avvolge un’aureola di amenità.

mi rapisce la tua Bellezza

Bellezza senza eguali, alta, eterea,

superba e vincitrice.

*****

Un gingillo d’Arabia

potrà, forse, sedurla?

O un fiore raccolto

sulle pemdici dell’Oreb

potrà, forse, renderla felice?

E se le donassimo una stella?

Sirio o forse Aldebaran?

Tutto le appartiene.

Eppure quel vecchio guarda il mare:

al cielo due pugni di sabbia.

3

Continua la notte coi suoi silenzi

lùce alta la luna col firmamento.

O lunga notte dai segni arcani!

al mattino schiuderanno i bachi

i bruchi in divenire saran farfalle

e spiccheranno il volo zigzagando.

L’aromatico odor della resina

emanano i pini intorno a noi

eterni mendicanti di eterne gioie.

nelle tenebre avanza un bagliore:

il bozzolo riluce la seta.

L’ultimo Bardo d’Irlanda

martedì, 5 gennaio 2010

9788896096277

L’Ultimo Bardo errante d’Irlanda è la vita di un uomo che divenne leggenda. Sempre alla ricerca di nuove alchimie per alimentare lo spirito, la sete di perfettibilità, la fame di eternità. Un viaggio votato all’inseguimento della felicità e dei sogni.

 Ambientato negli anni tra il 1735 e il 1738, in un’Irlanda insanguinata dalla pesante dominazione inglese e quindi dalla guerra di religione tra anglicani e cattolici, il racconto narra gli ultimi anni di vita di Turlough O’Carolan,  mitico “bardo”, musicista itinerante, eccellente suonatore irlandese d’arpa celtica. Insieme al fidato Phelan, O’Carolan percorre la propria terra diretto a nord, la parte più settentrionale dell’isola, dove intende far vibrare le corde della sua arpa, a Malin Head nella Contea del Donegal, di fronte all’Oceano Atlantico. Tra paesaggi suggestivi ed evocazioni di antiche storie e leggende, la narrazione coinvolge il lettore il quale dovrà confrontarsi con la sete di conoscenza, l’ansia continua di perfezione dell’artista, l’irrefrenabile desiderio di realizzare il suo sogno. Ed è probabile che lo stesso lettore si immedesimi nel protagonista. Si parla, infatti, di felicità e di sofferenza, elementi fondamentali nella vita di ognuno di noi: in fin dei conti cercare la felicità è come compiere un viaggio che può avere momenti intensi ed anche dolorosi. La felicità non è altro che l’inseguimento di un sogno, momento particolare, brevissimo, che quando si realizza ci rimette in moto per continuare nuovamente a cercarla. Un racconto avvincente ed emozionante.

 

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                  “Non riesco a darmi pace, sapete? Non so come spiegarvelo…Forse è questa matta voglia che circonda noi artisti di non essere mai paghi di quello che facciamo…, di quello che siamo. Siamo sempre in continua ricerca di cose nuove, di stimoli sempre freschi…Forse è il desiderio di non essere ricordati in futuro, forse è il desiderio di eternità, forse è il desiderio di amare e di essere amati. Forse è perchè ci piace fare cose strane. Non saprei, davvero. Forse sono tutte queste cose messe insieme. Lo so, siamo pazzi. Ma chi non lo è, d’altronde? Ognuno ha le sue pazzie. E io ho le mie…
Sapete quale è la mia pazzia? Voglio dirigermi a nord, voglio raggiungere la parte più settentrionale dell’isola, voglio far vibrare le corde della mia arpa a Malin Head nella Contea del Donegal, di fronte all’Oceano Atlantico”. 
  
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Prefazione di Domenico L. Giacovelli alla raccolta di poesie “L’eternità e due pugni di sabbia” di Giuseppe Marino

lunedì, 4 gennaio 2010

 

Amicus amicum dono donavi.

E’ del poeta il fin la maraviglia: chi non sa far stupir vada alla striglia.

Così Giambattista Marino (1569-1625), con il suo manifesto letterario della poesia barocca, amava stigmatizzare il senso e il significato dell’arte poetica, facendola passare per una attività del suo produttore, il poeta appunto: l’arte di colpire i sensi, di confonderli e riassumerli in una esperienza a confine con la divina realtà del tutto-onnicomprendente, cioé lo stupore. Stupire, meravigliare pareva essere l’imperativo categorico di questa poesia, e a meravigliare i lettori non era certo il contenuto, spesso frivolo e banale delle narrazioni, ma la forma, ricca di numerossime metafore, immagini ingegnose ed ardite, di musicalità e sensualità, indifferente alle regole e alla tradizione. Marino e i suoi eredi crearono, dunque, una specie di preziosa galleria che il lettore potesse percorrere affascinato dal raffinato virtuosismo stilistico come dalla ricerca della espressione più ingegnosa e lambiccata. Ma c’è stato un periodo della storia della nostra letteratura in cui si è molto, o forse troppo, indugiato nel sostenere che la poesia del periodo barocco fosse solo una mera formalità vuota di contenuti profondi, una serie di vacuità proposte con scorcertante protervia; come non si è mancato di attribuire ai poeti barocchi una ostinata volontà di far rientrare tutto nei limiti della volontà estetizzante fine a se stessa, sicché chi avesse voluto fare il poeta, sperando anche in un buon successo, non avrebbe potuto non rispondere a canoni determinati per potersi dire tale. E di questa prospettiva molti sono stati convinti assertori, per la loro formazione oltre che per il tempo in cui vissero.

Eppure, ammettendo tutto questo, non si può non ricordare che lo stupore, che la meraviglia sono l’inizio della filosofia, della ricerca, dell’indagine promossa da una volontà che si autodetermina a tanto e che decide di tornare sull’esistente con lo sguardo di chi cerca di andare oltre, per trovare le domande che possano dare risposte soddisfacenti ai perché dell’esistenza.

Una sensibilità di questo tipo è quella che anima il Marino, autore di queste pagine che contengono la raccolta: L’eternità e due pugni di sabbia; una sensibilità ben nota a chi scrive, per l’antica frequentazione degli anni del liceo. Ritengo, senza tema di smentita alcuna, di poter affermare, all’inizio di questo mio contributo, che tale sensibilità attinga ad alcuni elementi essenziali che brevemente tenterò di proporre alla riflessione di quanti si accosteranno a questo scritto partendo da questi miei semplici pensieri, quasi una sorta di cotillon per introdursi alla lettura delle pagine che seguono.

Non posso non evidenziare, anzitutto, una determinata volontà di esprimere se stesso. Probabilmente, a tutta prima, non si nota nello scorrere i testi una decisa linea in tal senso, ma a chi certe espressioni non risultano solo uno sterile segno lasciato sul foglio e parlano, col ricordare, di gesti e di modi di pensare e di agire, allora per costui saltano in evidenza concreta tutti quei luoghi in cui l’autore non sta semplicisticamente raccontando il soggettivo, ma sta rendendo ad extra l’esperienza soggettiva mettendola in connessione necessaria con la realtà. Una poesia che fosse solamente uno sfogo dell’interiorità e che prescindesse dall’oggettività-esteriorità-realtà delle cose e delle persone sarebbe condannata a essere considerata un misero tentativo di estrinsecazione rimasto sospeso tra i mondi interno ed esterno, quasi un intermundia di epicurea memoria, in cui non è altra soluzione che quella di chiudersi egoisticamente, abbandonandosi alla deriva e al naufragio dei sentimenti e, forse, anche della ragione.

Giuseppe Marino rifugge da questa tentazione e lo fa affermando se stesso e la propria esperienza umana la quale, seppur giovane e fresca per molti versi, raccoglie di già una sapienza del tutto personale, segnata profondamente dai cambiamenti che si succedono inesorabilmente nella vita di ciascuno. Ed è su tale sapienza, frutto sia degli anni di studi umanistici e teologici, sia delle esperienze personali maturate nei vari ambienti di vita e di lavoro, che si basa e si fonda la possibilità si estrinsecare se stesso coniugandosi con la realtà restante, ondivago nuovo Ulisse, sospeso in un limbo che, chiuso agli altri, può apparire tutt’al più un rifugio dorato, nell’attesa che sia passata la tempesta:

E’ il Non-Senso che punge

più delle spine sul capo [...].

Estrinsecare se stesso non come forma di sguaiata autoaffermazione, ma quale strumento per sciogliere le pieghe dell’esistenza, ricavandone anzitutto una eredità di profondo rasserenamento interiore, frutto della prospettiva di sincerità-trasparenza, pare essere il suggerimento dell’autore, che si presenta senza veli a quanti si propongono la lettura dei testi e delle riflessioni; un mito rinnovato di una Maya del nostro tempo, a parlare di sé e della realtà che fascia l’inesausto scorrere dei volti, delle storie, delle anime, delle vite…

Un forte senso dell’alterità e dell’altruità è un secondo aspetto che mi piace mettere in luce e offrire ad una doverosa considerazione. Non si può dire sbrigativamente che tale sensibilità sia elemento tipico di ogni composizione poetica contemporanea. Certo. Alla prospettiva personalista, tutta aperta e protesa alla considerazione dell’alterità, fa eco una prospettiva personalistica, che varia dal suo modularsi dall’ostinata chiusura nel proprio mondo ad una minima, vaga, indefinita considerazionje di quello che esiste attorno all’uomo. Tanta tensione di andare verso l’alterità si manifesta, negli scritti in questione, soprattutto nei termini di un sacrale rispetto dell’amicizia, da quella positiva e forte amicizia, che supera barriere e dimensioni spazio-temporali, a quella che lascia l’amaro senso di delusione, allorquando si rivela essere stata semplicemente un dolce passatempo, riempitivo illusorio di giornate segnate dal non senso del rapporto umano ferito:

Forse lontano un sorriso

in quest’ora in cui l’anima geme.

Inutile voler cercare ancora e oltre: il segreto sta tutto lì. Sta in quella amarezza che, credo, non abbia confini. L’amico, l’amante e l’amore traditi non cercano moneta di compensazione e neppure balsami di effimere consolazioni. Desiderano soltanto vederci chiaro, scandagliando fin nel profondo più recondito quello che si pensava di possedere in luce adamantina. E se sorge la tentazione della vendetta, allora vi è ogni certezza: non c’era amore. E basta.

Un bacio non dato

è amore che muore.

Ancora, il riferimento alla propria esistenza, come fatto unico e paradigmatico. Unico. Perché non solo la fede, ma la stessa umana esperienza ci insegnano che l’irripetibilità dell’esistenza e dell’essere non è il frutto di un casuale accostarsi di combinazioni cromosomiche. Mi perdoni lo statistico se, da profano, credo di poter affermare che tra le infinite combinazioni potrebbe pur darsi una ripetizione, per pura combinazione, appunto. Per l’uomo, però, no. Paradigmatico. Non con il piglio imbronciato dell’Autore biblico che riafferma il suo pesante monito nihil sub sole novum, ma con la certezza che l’appartenenza ad un’unica stirpe umana non può non tradurre una pesante quanto non meno specifica, propria ed irrinuncviabile eredità, anch’essa umanamente connotata. Ci consola la certezza che il trasporto di tanti sgraditi fardelli si può anche fare in compagnia e, quando la compagnia è quella che ci riempie i giorni di senso, allora c’è ancor di più che un sollievo da Cireneo, semplice passante:

Vicino,

un respiro amico;

e ancora:

Sei stanco, amico che vai.

Il fardello che trascini ti soffoca il cuore.

Eppure rimane il sapore di una vita che si fa modello per altre e che da altre può trarre insegnamento, tanto nel bene quanto nel male, col coinvolgimento pieno della libera volntà; oppure la dispersione e il nulla. Il motivo della dicatio non permette che si possa attendere o indugiare nel comprendere quale sia la volontà di chi scrive:

A quelli che

alla Vita

chiedono qualcosa.

Il continuo ritorno di tematiche religiose è, e non poteva essere altrimenti, una sorta di risonanza, di eco inestinguibile. Ma se è vero che non manca in alcuna espressione dell’uomo la spia che ne rivela la sua pietà, dichiarandolo apertamente un pius, un animal religiosum, quì si tratta di ben altro e di più. L’esperienza umana informata dalla esperienza religiosa, attinta dalla bocca di quanti si fanno, sin dai primi giorni di vita, accompagnatori del cammino integrale di crescita della persona (anche e sopratutto dal punto di vista della sua esperienza di incontro contatto con l’Alterità per antonomasia, il Divino, cioé), si connota per essere stata perfettamente definita dagli studi condotti dal Marino presso Atenei Pontifici, coronati con il conseguimento di titoli ecclesiastici di pregio.

Non si tratta, pertanto, della espressione religiosa di base, quella, direi, tipicamente fanciullesca, che, il più delle volte, rimane ai limiti della serietà, facendosi semplice stupore e domanda di senso indistinta, che è propria dell’uomo e non del fedele in specie; ma ancor più, andando nel profondo, si colloca a livello di fede che è stata guidata dal lume della teologia e delle scienze sacre, che nulla hanno di fiabesco, ma che, certamente, sono in intesa perfetta con la razionalità umana. Solo che la superano, perché la invitano ad andare oltre l’ovvietà delle soluzioni caserecce. Sicché ci si imbatte in versi che contengono esperienze di fede chiara e definita e non semplici manifestazioni religiose:

Quale vuoto incolmabile

dentro di noi

Tu, o Dio, non riempi,

per la tua Provvidenza!

Una vena di malinconia aleggia sulle composizioni che pure non mancano di pagine di particolare nitore. Sono soprattutto i testi che si appartengono al periodo degli studi umanistici, anni durante i quali le approfondite riflessioni filosofiche e antropologiche, la mediazione dei riferimenti classici, soprattutto le sanguigne e drammatiche azioni delle tragedie greche, le descrizioni della letteratura romantica e quant’altro hanno generato, accanto a molte risposte, un senso di incompiuto e nello stesso tempo di incapacità alla ricerca. Lo stare dinnanzi ai grandi dilemmi dell’esistenza dell’uomo e dell’universo, nell’atteggiamento di chi si interroga su di essi con la prospettiva di poter dire poi una parola in più, che possa sollevare dall’abbatimento gli altri uomini brancolanti alla ricerca di una stessa opportunità, rischia di essere immancabilmente delusa:

Come questa rena

che mi cade

dalle mani.

Ma ferisce ancor di più la constatazione che, molto spesso, tali interrogativi rimangano irrisolti e l’interrogante si ritrova ad essere l’interrogato di sempre, a cui mancano i mezzi per far sua una realtà che lo supera e sovrasta incommensurabilmente:

[...] ore nel tempo,

finito nell’infinito,

in noi voglia d’eternità.

E, proprio in continuità con quanto sopra descritto, mi preme sollecitare anche ad una acuta attenzione alla presenza di elementi stilistici, fonetici, contenutistici che ritornano chiaramente ai classici. Non poche sono le occasioni in cui ci si imbatte in una formulazione che, nella sua accecante contemporaneità, riporta la mente a suggestioni di già sperimentate, specialmente quando a noi, giovani liceali, venivano inculcate con ogni generosità dai nostri maestri le particolarissime esperienze degli antichi scrittori, siano essi greci, latini ed italiani, oltre che, in minima parte, stranieri. Seppure il verso libero, spesso troncato spezzato e irrisolto come l’esperienza dell’uomo di oggi, non paia a tutta prima per nulla legarsi a forme ormai desuete e definitivamente cassate dalla lavagna dell’inventiva, eco riaffiorare prepotentemente il sentore del già sentito, il chiarore che rimanda ad un giorno che è stato, la fragranza che riporta alla beatitudine olfattiva di un tempo. Sostantivi, aggettivi, allocuzioni, simbologie, interrogative dirette e indirette, parafrasi, accenti, figure retoriche diffuse sono tutti stilemi attinti da un bagaglio culturale che si radica nella classicità più vera della nostra cultura occidentale e che, passando per l’età medievale e la solarità umanistica, si risolve nella ricchezza che la storia ci ha tramandato quale tesoro inestimabile dell’opera dell’uomo.

Ma sono gli elementi naturalistici che, forse più di altri, tornano ad animare i versi di Giuseppe Marino. Sole, luna e stelle, acqua e fuoco, flutti ed onde, pietre, rocce e sabbia, fiori e frutta, melograni e oleandri e rose di mediterranea bellezza, piante e alberi, vento e sereno, brina e pioggia, perle ed ambra, giorno e notte, gusci e bozzoli, api e portulache e colombe tempestano con la loro presenza i versi che si susseguono invitando ad una scorribanda del cuore che, libero da video, tastiere, cellulari, automobili, torna ad immergersi nella realtà a cui l’uomo de iure appartiene: la natura.

Soprattutto la terra, nella duplice veste di elemento e di luogo d’origine. La terra è elemento d’origine, caratteristico D.N.A. che davvero tutti accomuna, aldilà di diversità razziali, culturali, economiche. La terra quale elemento primigenio che viene modellato dalle mani di Dio per farne il soggetto-oggetto prediletto dell’intera creazione: l’uomo. Ma anche parte integrante di noi stessi non più e non solo come membri della famiglia umana, ma come membri di una famiglia umana che vive quì ed ora, che opera e si realizza in un determinato contesto, profondamente segnato dalla storia e dall’economia, come dalla religione e dall’arte, e da tutto ciò che l’uomo ha saputo produrre. Di tutto ciò l’uomo Marino si nutre, attingendo alla promessa che campeggia nel motto del cartiglio dello stemma municipale della nativa cittadina di Lizzano: Fracta et ligata refloret! E’ una promessa che lascia un’attesa carica di speranza, che l’Autore fa sua e ripropone senza temere di apparire eccentrico o demodé:

Uomo, frantumato e rilegato, rifiorirai.

Da dove tanta certezza? Forse, e senza forse, dalla forza che deriva a chi crede di non essere solo, un numero nato dal vuoto, ma un anello che insieme ad altri anelli contribuisce a creare l’indistruttibile solidarietà tra uomini, nel tempo e nello spazio, incurante della sentenza apodittica dell’homo homini lupus.

Se, dunque, dicessi: -concludo-, sarei un mentecatto; è proprio quì il vero inizio.

Per leggere le poesie clicca quì

Intervista a Giuseppe Marino rilasciata alla casa editrice & MyBook

domenica, 3 gennaio 2010

Giuseppe Marino

Qui di seguito potete leggere l’Intervista a Giuseppe Marino. Ecco cosa ci dice di lui: Nato a Taranto il 5 settembre del 1974 vivo a Lizzano, città del vino, una splendida cittadina di poco più di diecimila abitanti, che si affaccia su una delle coste più affascinati del litorale salentino, ricco di profumi che si sprigionano dalla tipica macchia mediterranea. Dopo la maturità classica e un biennio di Filosofia mi trasferisco a Roma per intraprendere gli studi teologici. Conseguo dapprima il Baccalaureato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense nel 1999 e la specializzazione in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana nel 2002. Docente di scuola primaria, sono appassionato del mondo dell’arte in ogni sua manifestazione artistica: dalla musica alla danza, dalla pittura alla scultura, danza, mimo, poesia. Questa propensione verso l’arte ha fatto nascere in me il desiderio di organizzare manifestazioni culturali in cui la musica, il canto e la pittura coinvolgono il pubblico in un afflato sempre più crescente di voci e di suoni. Ho già dato in passato alcune miei manoscritti alla stampa: nel 2004 la raccolta di poesie “L’eternità e due pugni di sabbia”; nel 2005 il saggio filosofico-teologico “L’irruzione dell’eterno nel tempo. Il tempo dell’attrazione dell’amore” e nel 2007 il saggio teologico “Il roveto ardente e il ramo di mandorlo. La rivelazione del nome di Dio”. Con & MyBook ho pubblicato L’Ultimo Bardo d’Irlanda.

Per cominciare parlaci di te come Scrittore. Come e quando nasce in te l’esigenza di scrivere e cosa rappresenta per te la Scrittura?

La scrittura nasce dal bisogno di esprimere se stessi, di dare voce ai sentimenti dell’animo umano, di fissare nel tempo, attraveso dei segni, il linguaggio umano, cercando di imprigionare per sempre una determinata emozione, una precisa impressione, una logorante inquietudine, una eccitante trepidazione, un turbamento, un bacio non dato, una carezza attesa, uno spiraglio, una speranza, una certezza. Questa esigenza di mettere, come si suol dire, nero su bianco nasce tra i banchi della scuola, quando, liceale, venivo a conoscenza, inculcate con ogni generosità dai miei maestri, le particolarissime esperienze degli antichi scrittori, siano essi greci, latini ed italiani, oltre che, in minima parte, stranieri. Da quì la voglia e il coraggio di misurarmi. Sostantivi, aggettivi, allocuzioni, simbologie, interrogative dirette e indirette, parafrasi, accenti, figure retoriche diffuse sono tutti stilemi attinti da un bagaglio culturale che si radica nella classicità dei miei studi. La scrittura è catarsi, è purificazione, è elevazione. A questo proposito voglio citare alcuni versi di una mia poesia, il cui titolo è Invocazione:
Genialità di arte creativa
Intuizione profonda
Umile e universale e cosmica
Silenzio rivelatore del Paradiso
Equilibrio di affetti e di effetti di poi
Presenza indicibile di carezze
Perenne soffio di vita e amore
Eterna profusione
Trasporto a tutto abbracciare
Incendio di quiete e d’attrazione
Onda in movimento verso sponde ignote
Nascosta centralità del cuore.
Scrivere per me è tutto questo.

Ora passiamo al Libro che hai pubblicato con & MyBook; parlaci di quest’Opera dettagliatamente e, se vuoi, regalaci qualche aneddoto interessante che riguarda la sua stesura e la sua pubblicazione.

L’Ultimo Bardo d’Irlanda è un romanzo-racconto basato sulla vita del più grande compositore e musicista irlandese Turlough O’Carolan. Il racconto è ambientato negli anni tra il 1735 e il 1738, in un’Irlanda insanguinata dalla pesante dominazione inglese e quindi dalla guerra di religione tra anglicani e cattolici. Il periodo più travagliato della storia d’Irlanda. Gli inglesi erano riusciti ad ottenere il controllo dell’intera isola, facilitati dalla frammentazione dell’Irlanda in tanti piccoli regni, e ad imporre la loro religione protestante. Espropriarono le terre agli irlandesi per darle ai coloni inglesi e scozzesi che furono trapiantati sull’isola in numero considerevole. Con le Leggi Penali fu tolto agli isolani cattolici ogni diritto umano, civile e politico. Vi era fame, miseria e povertà ovunque. In questo contesto, si raccontano gli ultimi anni di vita di O’Carolan, l’ultimo BARDO d’Irlanda.

Il termine “Bardo” è di origine celtica e si riferisce alla figura del musicista itinerante. I bardi erano cantori raminghi, giullari sì ma dotti, poiché narravano gesta e leggende di cose realmente accadute, ingigantendole. Il bardo era dunque un latore di notizie, il cui compito fondamentale era informare, raccontare cosa stesse succedendo in terre lontanissime e irraggiungibili per chi ascoltava.

Il racconto narra gli ultimi anni di vita di O’Carolan, mitico “bardo”, musicista itinerante, eccellente suonatore irlandese d’arpa celtica. Vissuto realmente che, ammalatosi di vaiolo a diciotto anni, diventò completamente cieco. A 65 anni si sente vecchio, stanco. Stanco della situazione di non vedente, stanco di viaggiare per tutta l’isola, stanco di dare consigli ai politici, religiosi e nobili che l’ospitavano. Stanco di vedere la propria terra martoriata. Sente il bisogno estremo di restare con la propria anima e di realizzare il proprio sogno. Insieme al suo compagno di viaggio, il fidato Phelan, addolorato nel vedere il suo Maestro sprofondato in uno spaventoso ed assurdo silenzio, compie il suo ultimo viaggio percorrendo la propria terra.

Il racconto è un Viaggio nella storia di un popolo lontano storicamente e geograficamente, di unicità paesaggistica, naturalistica e ricchezza culturale. Tra paesaggi suggestivi tipici d’Irlanda con i suoi colori e i suoi profumi, spesso segnati da devastazioni di guerra, razzie e rappresaglie ed evocazioni di antiche storie e leggende, la narrazione è coinvolgente.

La lettura è molto agevole è un libro che si legge tutto d’un fiato.

E’ facile per il lettore immedesimarsi nel protagonista: dovrà confrontarsi con la sete di conoscenza, l’ansia continua di perfezione dell’artista, l’irrefrenabile desiderio di realizzare il suo sogno, di cercare la felicità. Sogno che porta inevitabilmente alla sofferenza: in fin dei conti cercare la felicità è come compiere un viaggio che può avere momenti intensi ed anche dolorosi.

Ci fa riflettere sull’importanza del sogno. E’ giusto fare di tutto affinché si avverino? Il sogno ci proietta nel futuro e quindi non bisogna mai smettere di alimentarli. Pur rimanendo realistici. I sogni si inseguono anche da vecchi. Non bisogna mai stancarsi di inseguire i propri sogni. I sogni mostrano la cosa realizzata, quindi un possibile futuro. In questo senso li inseguiamo, perché se percorriamo la stessa strada che hanno percorso loro per arrivare lì, è possibile che ci arriviamo anche noi… Mi viene in mente una poesia di P. Neruda che recita “Lentamente muore chi… non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno”.

Colpisce particolarmente la figura di Phelan. Commovente compagno di viaggio legato ad O’ Carolan da sincera amicizia, pur essendo più giovane di lui, di una trentina d’anni. Ama il suo Maestro, non vi sono segreti fra loro, pronto ad affrontare e combattere chissà quali ostacoli pur di far felice il suo amico.

Il racconto è stato completamente scritto ascoltando le musiche composte da Turlough O’Carolan.

Finora il tuo Libro, a sentire coloro che lo hanno già letto e che ti hanno regalato le proprie impressioni, ti ha dato delle soddisfazioni? Oppure i vari commenti ti stanno spingendo a migliorarlo ulteriormente?

Questo piccolo progetto mi sta regalando molte soddisfazioni. Il racconto, anche se piccolo, piace e sta coinvolgendo i miei lettori che ogni giorno aumentano sempre di più. Ho già presentato il libro in alcuni paesi della provincia di Taranto, come Torricella, San Marzano di S. G., Lizzano, Talsano. Sto realizzando la mia piccola tournè. Molte altre cittadine aspettano “l’ultimo bardo de L’Ultimo Bardo d’Irlanda”

Per concludere: considerato che hai pubblicato con un Book on demand, puoi darci le tue impressioni in proposito? Quali sono, in pratica, gli aspetti positivi e, al contrario, gli aspetti che cambieresti per rendere migliore il servizio? Parlacene facendo, se puoi, un confronto con i classici editori “a contributo” (se hai avuto qualche esperienza con essi ovviamente, e senza fare nomi).

Non ho mai pubblicato con una casa editrice “a contributo”. Ho solo stampato copie delle mie precedenti “pubblicazioni” in tipografie: e questo, penso, sia un altro discorso. Questo servizio lo trovo comodo e agevole. Mi piacerebbe, se ciò fosse possibile, che la casa editrice organizzasse anche delle presentazioni o degli incontri con l’autore.

E con questo abbiamo terminato la nostra Intervista a Giuseppe Marino, che ringraziamo. Vi ricordiamo che, se volete acquistare il suo Libro, potete cliccare qui.

Recensione tenuta dalla dott.sa Francesca Paola Simon durante la presentazione del libro L’ultimo Bardo d’Irlanda di Giuseppe Marino tenutasi a Faggiano il 28 ottobre 2009

domenica, 3 gennaio 2010

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Testo linguisticamente semplice e lineare, che predilige una struttura paratattica delle proposizioni, quindi di gustosa leggibilità, “L’ultimo bardo d’Irlanda” è la narrazione di un personaggio divenuto leggenda, vissuto nell’Irlanda del XVIII secolo: Turlough O’Carolan.

Il racconto è inserito in un preciso quadro storico che fa costante riferimento all’annosa contrapposizione culturale e, soprattutto, religiosa tra irlandesi e inglesi, tra cattolici e anglicani, e alla guerra che ne derivò: l’autore descrive nel capitolo VIII l’attacco degli inglesi, rappresentandone l’orrore e lo sfacelo attraverso una sapiente “Guernica” di parole che dipingono e rendono vivida ogni immagine di morte e devastazione.

Il protagonista è un musicista, cieco sin dall’età di 18 anni, ma dotato di una rara sensibilità che riesce a esprimere attraverso la sua arte: la musica.

Per mezzo della sua arpa, “l’ultimo bardo” riesce ad affascinare (nella piena accezione del termine da cui il verbo deriva: “fascinazione”) chiunque gli presti ascolto, proprio come faceva il mitico Orfeo con la sua preziosa cetra. E qui si intravede l’omaggio che l’autore fa alla forza prorompente del linguaggio musicale, che si fa linguaggio universale dell’esperienza dello spirito umano.

La biografia di Turlough O’ Carolan viene inserita all’interno di un’invenzione letteraria, che sfrutta maturamente il topos del viaggio: viaggio come pellegrinaggio all’interno di una regione, viaggio come metafora di introspezione, come recherche, come aspirazione al compimento della felicità esistenziale.

Si tratta, pertanto di un racconto verisimile, che –per dirla alla maniera del grande Manzoni- ha il vero per oggetto (la biografia del musicista), l’utile per scopo (il messaggio finale, l’insegnamento al lettore), l’interessante per mezzo (l’invenzione letteraria).

Non pochi sono i rimandi alla tradizione letteraria:

  • Il bardo è cieco, proprio come il mitico Omero: ma proprio tale stato di privazione, di menomazione fisica rende possibile il miracolo di “vedere” nel buio, di cercare la luce e di intravederla attraverso la sensibilità artistica.
  • Il bardo compie, attraverso il suo canto, un’azione “fascinatrice”, seducente, come il divino Orfeo della mitica regione arcadica.
  • L’amicizia, il profondo e indissolubile legame tra O’Carolan e il suo fedele amico Phelàn rimandano al rapporto tra Don Chisciotte e Sancho Panza nel romanzo di Cervantes; ma si possono ritrovare anche Virgilio e Dante della Divina Commedia, ossia il rapporto tra il maestro, la guida e l’allievo che deve pervenire alla conoscenza.

Si può, così, intravedere il saggio proposito rinascimentale dell”imitatio in inventione”, che carica il testo di forti insegnamenti provenienti dai grandi personaggi e dalle grandi opere del passato e, contestualmente, di originalità inventiva propria dell’autore.

Infine, si consiglia la lettura dell’opera anche ai più giovani, perché il libro è portatore di grandi valori:

  • La contrapposizione tra le devastazioni causate dalla guerra e il bisogno di realizzare i sogni nonostante le avversità;
  • La profondità dei legami affettivi, e in particolare dell’amicizia;
  • L’aspirazione al raggiungimento di un sogno attraverso l’arte;
  • La spasmodica ricerca di perfettibilità, che spinge l’uomo a valicare i confini dei propri limiti, al fine di esprimere se stesso nel migliore dei modi possibili.

Sta proprio in quest’ultimo punto la forza di questo racconto: ricordare ai nostri giovani -intorpiditi da un consumismo che tutto annienta, soprattutto i sogni e la fantasia- che l’essenza della vita sta proprio nella forza della ricerca, nella spinta a cercare un volo, nello sforzo di vedere realizzato un progetto di vita. E tante volte sono proprio le difficoltà, gli sforzi, le attese a rendere più bella la vita e più desiderabile il raggiungimento di un traguardo.

“ Dopo pochi giorni, agonizzante sul letto di morte, Carolan chiese la sua arpa. […] La musica che usciva fuori dalle corde dell’arpa riempirono la casa e il cuore di chi ascoltava, per sempre. […] Addio al suo inseparabile ed amato amico Phelan che lo aveva accompagnato nel pellegrinaggio della sua vita, sempre alla ricerca della felicità e della serenità interiore e di quella maledetta corda che non vibrava mai come avrebbe voluto. Ma quella corda adesso suonava e vibrava come il suo cuore aveva sempre desiderato. E pianse commosso”.

Relazione tenuta dalla dott.sa Milena Schirano durante la presentazione del libro L’Ultimo Bardo d’Irlanda di Giuseppe Marino tenutasi a Lizzano il 25 settembre 2009

domenica, 3 gennaio 2010
 
 
Buona sera e  ben trovati a tutti. Desidero ringraziare Giuseppe per l’invito che mi ha rivolto a presentare il suo libro.

Presentare un libro in poche parole è un compito molto arduo. Ho pensato a come potesse essere e ho preso una decisione. Credo che il libro vada letto, per cui dirò pochissimo. Ho deciso piuttosto di concentrarmi sui motivi per cui questo libro riveste per me una importanza particolare.

Io non sono un critico letterario. Sono, come dico sempre, un’utente appassionata dei libri. Un libro è un viaggio emozionante.  La bellezza di un libro è incomprensibile a chi non li ama, è usare la fantasia, è “leggere” la fantasia. Leggere significa entrare in un periodo, in un personaggio, è immedesimazione, svago, conforto, curiosità. Come d’altronde apprezzo ed ammiro chi scrive: scrivere fa ragionare con se stessi, facendo affrontare i propri fantasmi, scandagliare il proprio inconscio più recondito vero percorso di crescita individuale e personale. Per cui, sono non qui ad analizzare il libro nel suo contenuto, nella sua forma ma ad esprimere le sensazione che esso mi ha dato.

Un libro non lo si può presentare senza dire alcune cose essenziali sull’autore, in questo caso Giuseppe Marino, che, oltre ad essere un mio concittadino, conosco da sempre: siamo stati compagni di scuola. Poi l’ho ritrovato nella sua veste di docente di religione, scrittore e cultore di filosofia. I suoi studi, maturità classica e studi teologici, si possono rinvenire nei suoi scritti: l’autore si è già cimentato nella scrittura pubblicando una raccolta di poesie, “L’eternità e due pugni di sabbia”, e pubblicazioni a carattere filosofico religioso incentrati sul dramma della ricerca di Dio, sulla scoperta della finitudine dell’uomo di fronte all’infinito  e l’onnipotenza di Dio. Libri sulla ricerca, dell’Assoluto, dell’eterno. La Ricerca è lo stesso filo conduttore che ritroviamo nel libro “L’Ultimo bardo d’Irlanda”. Perché anche questo libro è un libro sulla RICERCA. Ricerca della felicità.

 Il racconto è ambientato negli anni tra il 1735 e il 1738, in un’Irlanda insanguinata dalla pesante dominazione inglese e quindi dalla guerra di religione tra anglicani e cattolici. Il periodo più travagliato della storia d’Irlanda. Gli inglesi erano riusciti ad ottenere il controllo dell’intera isola, facilitati dalla frammentazione dell’Irlanda in tanti piccoli regni, e ad imporre la loro religione protestante. Espropriarono le terre agli irlandesi  per darle ai coloni inglesi e scozzesi che furono trapiantati sull’isola in numero considerevole. Con le Leggi Penali fu tolto agli isolani cattolici ogni diritto umano, civile e politico. Vi era fame, miseria e povertà ovunque. In questo contesto, si raccontano gli ultimi anni di vita di O’Carolan, l’ultimo BARDO d’Irlanda.

Il termine “Bardo” è di origine celtica e si riferisce alla figura del musicista itinerante. I bardi erano cantori raminghi, giullari sì ma dotti, poiché narravano gesta e leggende di cose realmente accadute, ingigantendole. Il bardo era dunque un latore di notizie, il cui compito fondamentale era informare, raccontare cosa stesse succedendo in terre lontanissime e irraggiungibili per chi ascoltava.

Il racconto narra gli ultimi anni di vita di O’Carolan,  mitico “bardo”, musicista itinerante, eccellente suonatore irlandese d’arpa celtica. Vissuto realmente che, ammalatosi di vaiolo a diciotto anni, diventò completamente cieco. A 65 anni si sente vecchio, stanco. Stanco della situazione di non vedente, stanco di viaggiare per tutta l’isola, stanco di dare consigli ai politici, religiosi e nobili che l’ospitavano. Stanco di vedere la propria terra martoriata. Sente il bisogno estremo di restare con la propria anima e di realizzare il proprio sogno. Insieme al suo compagno di viaggio, il fidato Phelan, addolorato nel vedere il suo Maestro sprofondato in uno spaventoso ed assurdo silenzio, compie il suo ultimo viaggio percorrendo la propria terra. Non vi dirò che sogno è…

 Il racconto è un Viaggio nella storia di un popolo lontano storicamente e geograficamente, di unicità paesaggistica, naturalistica e ricchezza culturale. Tra paesaggi suggestivi tipici d’Irlanda con i suoi colori e i suoi profumi, spesso segnati da devastazioni di guerra, razzie e rappresaglie ed evocazioni di antiche storie e leggende, la narrazione è coinvolgente.

 La lettura è molto agevole  è un libro che si legge tutto d’un fiato.

E’ facile per il lettore immedesimarsi nel protagonista: dovrà confrontarsi con la sete di conoscenza, l’ansia continua di perfezione dell’artista, l’irrefrenabile desiderio di realizzare il suo sogno, di cercare la felicità. Sogno che porta inevitabilmente alla sofferenza: in fin dei conti cercare la felicità è come compiere un viaggio che può avere momenti intensi ed anche dolorosi.

Ci fa riflettere sull’importanza del sogno. E’ giusto fare di tutto affinché si avverino? Il sogno ci proietta nel futuro e quindi non bisogna mai smettere di alimentarli. Pur rimanendo realistici. I sogni si inseguono anche da vecchi. Non bisogna mai stancarsi di inseguire i propri sogni. I sogni mostrano la cosa realizzata, quindi un possibile futuro. In questo senso li inseguiamo, perché se percorriamo la stessa strada che hanno percorso loro per arrivare lì, è possibile che ci arriviamo anche noi… Mi viene in mente una poesia di P. Neruda che recita “Lentamente muore chi… non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno”.

Colpisce particolarmente la figura dei Phelan. Commovente compagno di viaggio legato ad O’ Carolan da sincera amicizia, pur essendo più giovane di lui, di una trentina d’anni. Ama il suo Maestro, non vi sono segreti fra loro, pronto ad affrontare e combattere chissà quali ostacoli pur di far felice il suo amico. Ecco descritto un modo inedito di considerare il rapporto tra le generazioni. In questo senso, il rapporto tra le generazioni, è uno scambio, segnato da libertà e da rischio. Si scopre che vi sono diversi modi di vivere le diverse generazioni, oltre i legami di sangue, attraverso i legami di affinità, amicizia, fratellanza… le diverse generazioni, comunque definite, non sono da considerarsi come gruppi chiusi, ma come persone in relazione.

Conclusioni. Che dire?

Consiglio di leggere attentamente questo libro. Un piccolo libro dal quale trarre spunto per diverse riflessioni, un racconto avvincente ed emozionante.

BOOKLAND 2010

sabato, 2 gennaio 2010

In anteprima l’e-book gratuito di Bookland 2010

In attesa della versione cartacea che è stata già data alle stampe e che uscirà a Gennaio del 2010. Pubblichiamo qui l’e-book leggibile a monitor gratuitamente. Ricordiamo, di seguito, gli autori e le opere contenute nella raccolta. I vincitori saranno resi noti la prossima settimana.

Autori presenti nella raccolta (in ordine casuale)

Marcello Musumeci, “L’ultimo mutuo soccorso”
Guido Pacitto, “L’ultima vittima”
Giuseppe Marino, “La fenice e altre poesie”
Alessandra Simona Columbaro, “Gli amici dell’Arca”
Alessandra Simona Columbaro, “L’aquilone e le montagne rosa”
Alessandra Simona Columbaro, “Conto alla rovescia”
Kety Franzolin, “Il Risveglio”
Cosetta Movilli, “Il compar cane”
Angela Lipparini, “Il bosco della paura”
Francesca Panzacchi, “Lo sconosciuto”
Francesca Panzacchi, “La lettera celata”
Sergio Resta, “La Mostra”
Donata De Bartolomeis, “Dolce Brezza”
Ilaria Dominici, “Volevo gli occhi neri”
Giulia Boccanera, “Empatia e altre poesie”
Matteo Gozzi, “Le notti dell’assassino”
Barbara Balbiano, “Libero Arbitrio”
Matteo Ranghetti, “22 Luglio”
Matteo Ranghetti, “Un’alba qualunque”
Giulia Pracucci, “Opheliac”
Cecilia Tanzi, “L’addio”
Massimo Resnati, “Nudo”
Roberto Mannu, “Uno sbuffo dal profondo”
Michela Orlando, “Il dramma di Andreas, Ileana e Sandra”
Mariangela Acunzo, “Ritorni”
Loredana Cocchiglia, “La sedia a dondolo”
Laura Muscarà, “Le tre imprese di Claretta”

Per chi vuole prenotarsi il libro cartaceo:

Ricordiamo ai partecipanti e agli interessati che, qualora volessero, è ancora possibile acquistare una o più copie dell’antologia Bookland, senza l’aggiunta delle spese postali. Leggere qui per maggiori informazioni.